Cultura Ebraica

SINAGOGA
La sinagoga sefardita (o di rito spagnolo) si trova nel cuore dell’antico quartiere ebraico e risale alla metà del XVI secolo. Viene costruita in un periodo d’oro per Pesaro quando il suo porto – ampliato da Guidubaldo II Della Rovere – prende il posto di quello di Ancona in seguito al boicottaggio organizzato da Gracia Mendes in risposta alla strage anconetana dei ‘marrani’ (1555). In città arrivano molti ebrei portoghesi che devono coltivare gli studi mistici e hanno bisogno di una sede; la struttura più ampia in cui è inglobata la sinagoga ospitava, infatti, la scuola materna, di studi cabalistici e quella di musica. L’edificio non presenta all’esterno alcun elemento che lo segnali come luogo di culto. Al piano terra si trovano il forno, la vasca per i bagni di purificazione, il pozzo. Al primo piano, nella sala delle Preghiere, Arca Santa e Pulpito si contrappongono una di fronte all’altro al centro delle pareti più corte. Il Pulpito è situato in una galleria sopraelevata in cui si posizionavano l’officiante e i cantori del coro. I manufatti più pregevoli sono stati portati in sinagoghe ancora aperte al culto: l’arca santa a Livorno, il balconcino del pulpito ad Ancona, le grate del matroneo a Talpioth (Gerusalemme). Il soffitto è decorato a stucco con rosoni e serti di quercia, chiaro omaggio degli ebrei sefarditi ai Della Rovere, signori di Pesaro cui dovevano decenni di benessere e tranquillità.

CIMITERO EBRAICO
Il cimitero sorge sulle pendici del colle San Bartolo. L’uso cimiteriale dell’area (6.700 mq circa) risale al 1695, quando la comunità ebraica di Pesaro lo acquisisce dopo una permuta con il podere a Pantano che ospitava il cimitero precedente. Fino a metà novecento lo spazio appariva come una scoscesa pendice campestre con rade alberature, abbandonato poi agli effetti del tempo. Il suo recupero – curato nel 2002 dalla Fondazione Scavolini – ha riguardato pulitura e restauro dei manufatti in pietra che segnalano le sepolture e la messa in opera di elementi per il percorso di visita. Fra i rovi affiorano oggi 140 lapidi circa, numero inferiore alle inumazioni effettivamente realizzate. La motivazione di ciò va ricercata nel decreto di papa Urbano VIII (1652) che vieta ogni iscrizione tombale per gli ebrei dello Stato Pontificio eccezion fatta per gli insigni rabbini e gli uomini o le donne di grande cultura e carità; ribadita nel 1775 da Pio VI, l’interdizione resta in vigore fino a Pio IX. Tutti i monumenti sono in pietre locali o marmi. Le sepolture più imponenti sono quelle erette tra il 1860 e il primo novecento a testimonianza di una certa emancipazione sociale degli ebrei che segue l’annessione delle Marche al Regno d’Italia.

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